La prima volta a un tap takeover non si scorda mai

Sarò sincera: prima di giovedì sera la definizione di “tap takeover” mi era del tutto sconosciuta, e posso giurare che ci sono un’infinità di persone che ne ignorano ancora il significato. Proprio per estendere il sapere circa il magnifico e alcolico mondo governato dal luppolo, dal malto e dal lievito, mi sono immolata assaggiando birre – rigorosamente artigianali – e tuffandomi nell’eterogenia dei loro sapori, odori e colori. Mi è bastato varcare la porta dell’Hangover (mai nome fu più appropriato per una birreria) per capire che ne sarei uscita con qualche conoscenza in più, ma soprattutto con un sacco di birra in corpo. Partiamo dall’inizio.

Per tap takeover si intende una selezione di birre appartenenti a una certa categoria o, come in questo caso, a un particolare birrificio. Quello ospitato giovedì dai ragazzi dell’Hangover è stato il Birrificio Pontino: interessante realtà artigianale nei pressi di Latina. Ad arricchire l’esperienza di degustazione, con puntuali e approfondite delucidazioni, sono state le voci di Matteo ed Egidio, due dei quattro fondatori del birrificio. La loro è una storia di ispirazione che nasce nella pianura pontina e si arricchisce di viaggi ed esperienze, valicando i confini della provincia per arrivare fino in Norvegia. Dopo questo viaggio “a metà tra il misticismo e la magia” ne comincia un altro, questa volta duraturo e concreto, che trova la sua quadratura nel territorio: valore inestimabile per questi birrai, un po’sciamani, pontini. Sempre in cerca di novità permeate di tradizione locale, il Birrificio Pontino offre particolari declinazioni di birre arricchite con prodotti del posto. Ne è un esempio la 41° Parallelo, Farmhouse Ale di produzione stagionale (marzo – aprile). Come ci spiega Matteo, l’idea di questa birra nasce per la voglia di sperimentare e unirsi al territorio. Inizialmente, per questioni di costi, era più conveniente puntare su un approvvigionamento estero delle materie prime quali il luppolo e il malto. Questo strideva un po’ con il loro ideale di territorialità, così pensarono di arricchire una birra base tedesca con quello che offriva la terra dell’agropontino: i kiwi. Simile a una Saison a fermentazione mista belga, ma con una parte di lieviti spontanei statunitensi uniti ai brettanomiceti (lieviti che nascono principalmente sulla frutta e in modo spontaneo), la 41°Parallelo è una birra dal sapore selvaggio e con una spiccata acidità conferitale proprio da questi organismi. Egidio invece ci porta su un altro piano: “Stiamo lavorando molto sul concetto delle New England Ipa, dal colore velato e dagli aromi tropicali dell’ananas e del mango, con il mais che dà la parte croccante”. Gli esperimenti non finiscono qui, infatti con una birra nata dalla collaborazione con l’azienda vinicola Marco Carpineti, il birrificio si è approcciato al concetto di creare un prodotto versatile che potesse essere l’alternativa al classico spritz. Questa birra, brassata con mosto d’uva del vitigno Bellone e mosto di birra, è di 8,5% ma vanta una bevuta molto facile.

Egidio e Matteo del Birrificio Pontino

Dopo una full immersion nel variegato mondo dell’arte brassicola, è arrivato il momento per la sottoscritta di eleggere la birra vincitrice tra le 3 assaggiate. Partiamo con La Calavera, una Mexican Lager che, come ci spiega Matteo, è l’unica Lager ad essere prodotta dal Birrificio Pontino. Questa nasce dall’iniziale voglia di sperimentare e creare una birra che rientrasse in quella tipologia, ma con un’anima più profumata. Si è optato quindi per un lievito comunemente usato per le Lager ma con una particolare capacità di lavorare a qualche grado più alto. Il risultato è un appiattimento delle note sulfuree, che solitamente caratterizzano una Lager, e un’esplosione di quelle fruttate e fresche. Come tutte le Lager, La Calavera è una birra a bassa fermentazione e per questo con un grado alcolico relativamente basso – in questo caso parliamo di 5% -. Al palato è gustosa e non invadente, perfetta per chi vuole godersi una classica American Lager ma più divertente e briosa. Bevibile a qualsiasi ora del giorno, non si hanno scuse per rinunciare a La Calavera. Non a caso nel 2017 è stata incoronata “Birra Quotidiana” da Slow Food.

Per decidere la seconda birra da assaggiare mi affido a Egidio che mi confessa quale sia la sua birra preferita tra le 6 presentate durante la serata: “La Hop Machine è talmente morbida e delicata che ne potresti bere a frotte, 7% e non sentirli!”. La scelta quindi ricade su questa, una Ddh (Double Dry Hopped) Ipa che a mio avviso risulta una birra più complessa e interessante dal punto di vista organolettico rispetto a La Calavera. A livello olfattivo è molto profumata grazie agli oli essenziali dei luppoli secreti in fase di fermentazione. A coronare il tutto è l’impatto visivo di una birra dorata e densa.

L’ultima scelta ricade sulla Purple Ale, una Double Peated Ipa da 8,5%: sicuramente una birra più impegnativa e completamente differente dalle altre due. Alla vista si presenta con un caldo colore terroso che mette in guardia il palato su ciò che andrà a gustare. L’aroma è tostato, affumicato e si spinge verso note torbate. Questo intreccio di sapori regala suggestioni invernali di castagne alla brace e camino acceso. Il sapore persiste in bocca e, dopo qualche secondo,sorprende lasciando soltanto nella parte posteriore della lingua il sentore dell’amaro dell’affumicato che vi farà compagnia per un po’ di tempo. 

E adesso è arrivato il momento di decretare la vincitrice. Rullo di tamburi. And the winner is: la Hop Machine! A mio avviso la più equilibrata delle 3 ma anche la più sorprendente.

Appuntamento al prossimo tap takeover, giusto il tempo di far riprendere il fegato.  

1 commento su “La prima volta a un tap takeover non si scorda mai”

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